L’importanza dei costi di gestione

Paolo Tenti – 26 Gennaio 2000

Il Professor William F. Sharpe dell’Università di Stanford, premio Nobel nel 1990, nella sua analisi dei fondi americani di grandi dimensioni esamina con attenzione l’andamento di 100 fondi aperti azionari americani durante un periodo di 10 anni. Tali fondi contano per circa il 40% del totale del patrimonio gestito totale. Calcolando i rispettivi rendimenti rispetto ai rendimenti dei corrispondenti indici di settore azionari, includendo il rendimento offerto dai Treasury Bills per la componente liquida dei fondi, emerge in modo chiaro come la dimensione superiore alla media del gruppo di fondi selezionato conferisce un vantaggio rispetto al resto dei fondi. Ciononostante, il rendimento medio è inferiore di uno 0,64% annuo sull’arco dei 10 anni. Mentre la differenza non sembra essere eccessiva, l’ampiezza del campione e la lunghezza del periodo esaminato scalfiscono in modo determinante la convizione che fondi gestiti in maniera attiva siano in grado di offrire performance superiori ai fondi passivi. I dati sarebbero stati inferiori se fossero state incluse le commissioni di entrata e di gestione.

Mark M. Carhart dell’Università della Southern California analizza la questione della persistenza della performance dei fondi, valutando 1892 fondi azionari diversificati. Dapprima, trova che "i fattori comuni nei rendimenti azionari (beta alto vs. beta basso, valore vs. crescita, larga capitalizzazione vs. piccola capitalizzazione) e le commissioni di gestione spiegano quasi completamente la persistenza nei rendimenti dei fondi azionari." Aggiustando in modo appropriato per il cosiddetto effetto survivor bias, ovvero l’abbassamento delle performance medie dovuto ai fondi che hanno cessato di esistere, conferma i risultati ottenuti da Burton Malkiel (autore del famoso A Random Walk Down Wall Street) che mostrano come il survivor bias ha aumentato la performance dei fondi mediamente dell’1,5% all’anno. Guardando ai rendimenti annuali rispetto a quelli dell’anno precedente, Carhart conclude che relativamente pochi fondi stanno nel loro decile iniziale in termini di ranking, sebbene i fondi nel primo e nell’ultimo decile mantengano il loro ranking più frequentemente di quanto ci si possa aspettare, 17% nel decile 1 e 46% nel decile 10 (10% in ciascun decile sarebbe l’aspettative legata al caso). La causa della persistenza elevata nell’ultimo decile deriva con tutta evidenza dall’elevatezza dei costi di gestione che pesa sulle performance. Nelle sue conclusioni avverte: "mentre i mass-media finanziari continueranno a glorificare i fondi con le migliori performance, la differenza di performance è in gran parte spiegata dai costi di gestione". Si potrebbero citare numerosi altri studi. La conseguenza pratica che emerge dall’esame della ricerca accademica consiste nell’enfasi che l’investitore avveduto deve porre nell’analisi e nella comparazione dei costi di gestione.